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Un Viaggio Europeo #77 – Saint-Antoine-l’Abbaye (Francia)

Un Viaggio europeo #77 – Saint-Antoine-l’Abbaye (Francia)

Post Series: Francia

Il monachesimo cristiano è indubbiamente il movimento più influente ad aver plasmato la nostra civilizzazione occidentale. Ma anche se diventò prevalente in Europa medievale, in realtà i padri del monachesimo venivano da fuori dal Vecchio Continente.

Nelle prossime tappe, esploreremo certe persone conosciute come Padri del deserto, i quali, anche se non hanno mai vissuto in Europa, diventarono profondamente influenti nella storia europea.

Oggi, visiteremo un paesino francese chiamato Saint-Antoine-l’Abbaye nella regione del Delfinato. Si trova ad est del Rodano, a 40 chilometri al nordest di Valence e a 80 chilometri a sudest di Lione. Il paesino si trova in una regione montuosa vicino al Parco Nazionale del Vercors e alle montagne di Lans, all’ingresso delle Alpi francesi.

Anche se Saint-Antoine-l’Abbaye ha soltanto mille abitanti, è notevole per la sua enorme abbazia situata su una collina dominando il paesino medievale. Fra altri edifici dell’abbazia, c’è una chiesa gotica. All’interno, scopriamo un monumento circondato da quattro statue rappresentando la stessa persona. È un monumento in onore ad Antonio del Deserto, o più semplicemente, Antonio il Grande.

È interessante scoprire che Antonio sia onorato qui perché, da monaco egiziano, non ha mai vissuto fuori dalla sua patria. Ma prima di esplorare perché troviamo il suo nome in questa regione del Delfinato, ad oltre tremila chilometri della terra di Antonio, esploriamo prima chi era e come ricevette il suo titolo indiscusso di Padre del monachesimo.

Antonio nacque da genitori benestanti in un paesino lungo il Nilo chiamato Coma, nel 251 d.C.. Tuttavia, all’età di 20 anni, Antonio aveva perso i suoi due genitori e ereditato la loro fortuna. Allo stesso tempo, sentì un sermone con le parole taglienti di Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va vendi ciò che hai, dallo ai poveri e tu avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”.

Antonio fu toccato dal suo sermone e prese Gesù alla lettera. Vendette il suo enorme terreno lungo il Nilo, diede la sua ricchezza ai poveri e traslocò nel deserto occidentale, verso la Libia. Lì, iniziò a vivere da eremita, centrando la sua vita su Dio. Secondo i resoconti storici, i primi anni nel deserto furono anni di lotte contro le tentazioni del diavolo, ma Antonio imparò a superarle con preghiera, digiuno ed anche punizione corporale.

Dopo quindici anni, Antonio traslocò in un luogo ancor più remoto dall’altro lato del Nilo e si sistemo nelle rovine di un castello di una montagna di Tebaide. Ma lì, invece di vivere solo come lo aveva inteso, varie persone, fra cui altri eremiti, arrivarono per ascoltare la sua saggezza che aveva acquisito nel corso degli anni.

Pregando per i malati, Antonio li guarì, e ciò attrasse più persone a visitarlo da terre distanti. Partecipò a dibattiti con i filosofi neoplatonici che contestavano la sua fede, ma i suoi argomenti robusti in difesa del cristianesimo li convinsero. Certi di loro diventarono persino i suoi discepoli.

Con un numero crescente di persone radunate intorno a lui, Antonio decise di fondare la prima comunità di quel che diventò conosciuto come monachesimo cenobitico, cioè monachesimo della vita comune. Antonio istruì i suoi discepoli a vivere una vita d’adorazione di Dio, con preghiera e lavoro.

Antonio viaggiò anche ad Alessandria per incoraggiare i cristiani che subivano la persecuzione. Più tardi, tornò in quella città per predicare e smascherare l’eresia crescente dell’arianesimo, la quale rivendicava che Gesù non era Dio.

Nello stesso periodo, un giovane uomo chiamato Atanasio venne ad imparare da lui. Più tardi, Atanasio diventò il difensore chiave del cristianesimo storico contro l’arianesimo al concilio di Nicea nel 325 d.C.. Tanti capirono il ruolo chiave che Antonio aveva giocato nella formazione del suo alunno. Senza sorpresa, il vecchio monaco egiziano fu quindi proclamato ‘baluardo dell’ortodossia, luce del mondo.’

La fama di Antonio si diffuse in tutto l’Impero romano ed attinse persino l’imperatore Costantino che gli scrisse delle lettere rivolgendosi al vecchio monaco chiamandolo ‘padre’. Tuttavia, Antonio non amava tanto la sua popolarità, e dopo aver affermato che “il pesce muore quando è portato sulla terra, e i monaci perdono la loro forza nelle città…”, decise di “tornare subito nelle (sue) montagne, come il pesce verso l’acqua”. Lì, visse ancora per tanti anni e morì finalmente alla bella età di cent’anni.

Rispondiamo finalmente alla nostra domanda iniziale: perché Antonio è onorato qui, in questo paesino del Delfinato?

Vari secoli dopo la morte di Antonio, l’Egitto fu invaso dai musulmani. Temendo che le sue ossa siano distrutte, certi cristiani le mandarono nella capitale cristiana dell’Impero bizantino, Costantinopoli. Poi nell’undicesimo secolo, un cavaliere chiamato Jocelin, di cui si dice che fu guarito attraverso le ossa di Antonio, chiese all’imperatore di poter riportarle nella sua terra natale del Delfinato. L’imperatore accettò e Jocelin portò le ossa al posto in cui il monumento si trova oggi, nella chiesa di Saint-Antoine-l’Abbaye.

La vita di Antonio è stata una fonte d’ispirazione nel corso dei secoli in Europa, e può ancora esserlo nel futuro, anche nelle nostre società secolarizzate.

Alla settimana prossima altrove in Europa.

Cédric Placentino

Responsabile Centro Schuman per l’Europa italiana e francese

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Foto: Wikipedia – Utente: Harrie Gielen – Licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/legalcode

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