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Ripensare La Missione In Europa: Un Contributo Africano

Ripensare la missione in Europa: un contributo africano

Pochissimi Europei realizzano quanto il secolarismo si è infiltrato nelle nostre vite. È qui che abbiamo bisogno degli occhi di non Europei, come quelli del docente malaysiano Harvey Kwiyani, per dare luce alla nostra situazione.

Da Vista Magazine (edizione 34)

Sono Africano. Sono nato e cresciuto nel sud del Malawi. Ho lavorato in Europa e negli Stati Uniti per gli ultimi vent’anni. Sono arrivato in Europa nel 2000 per insegnare nella scuola di ministero, ormai defunta, di San Gallo in Svizzera. Per varie ragioni, ciò che facevo all’epoca, un ministero che mi ha eventualmente portato in vari paesi d’Europa, non veniva chiamato ‘missioni’.

Tanta gente con chi lavoravo non capiva che un Africano potesse essere missionario, ancor meno servendo in Europa. Di conseguenza, ho lavorato presso i giovani per tre anni prima di decidere di cercare una formazione che mi permetterebbe di essere efficace nella missione presso gli Europei. Ho acquisito questa formazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti dove studiavo mentre continuavo a servire nella missione. Il mio lavoro iniziò con un servizio missionario a breve termine in Svizzera. Vent’anni dopo, sono sempre qui, e sono estremamente preoccupato per lo stato della missione in Europa.

In effetti, vivere in Europa per un così lungo tempo mi ha concesso un’opportunità d’osservare e di sperimentare sia l’impatto schiacciante del secolarismo sul panorama religioso e l’impotenza assoluta della maggioranza dei Cristiani europei di affrontarlo efficacemente e di evangelizzare i loro prossimi. Ad esempio, nella mia linea attuale di lavoro, interagisco regolarmente con studenti di varie università in Europa. Ho capito che una maggioranza travolgente di studenti universitari in Europa rifiuta d’identificarsi come religioso. La mia ricerca non pubblicata sulla fede dei figli di migranti africani in età universitaria in Gran Bretagna suggerisce che meno del 10 percento di tutti gli studenti si auto-identificano come religioso, e meno del 5 percento di loro s’identificano come Cristiani evangelici attivi. Ho capito presso la generazione più giovane di studenti africani che tanti dei loro compagni europei non religiosi dicono che sono staccati dal Cristianesimo sin da due o tre generazioni e, in quanto tale, associano generalmente la parola ‘Cristiano’ con i Pentecostali nigeriani portando la loro Bibbia, parlando in lingue, che affittano le loro sale di scuola per i loro culti di chiesa o con i Cattolici polacchi che hanno reso la messa di nuovo fattibile nella loro parrocchia di quartiere. Trovo questa situazione spaventosa, specialmente quando sento tante conversazioni di missioni tradizionali in Europa che spende più tempo a discutere sul modo in cui si può raggiungere i Musulmani in Europa o mandare più missionari in Africa o in altri luoghi, dando poca attenzione al campo missionario fra gli Europei. Abbiamo sempre bisogno di discernere come considerare al meglio gli Europei postcristiani nella missione.

L’inquietudine che ho per lo stato della missione in Europa non può essere formulata adeguatamente. Non sono d’accordo con quegli Africani che vogliono punzecchiare l’Europa dicendo: “Chi sono i pagani ora?” Eppure, l’ironia è visibile per tutti. La maggioranza dei Cristiani europei, secondo me, non inizia neanche a capire la gravità della situazione. Hanno vissuto il processo di secolarizzazione e sono stati quindi condizionati a considerare questo come normale. Ci vogliono spesso occhi stranieri (come i migranti europei rimpatriati o non europei) per vedere le cose che sembrano normali per gli autoctoni. Per esempio, dopo il suo ritorno in Inghilterra dopo oltre 30 anni in India, Lesslie Newbigin era sconvolto di vedere che la Gran Bretagna era diventata un campo missionario come l’India, un campo missionario più difficile perché, aggiungeva,« [La missione] è più difficile di tutto ciò che ho incontrato in India. Esiste un disprezzo freddo per il Vangelo [in Gran Bretagna] che è più difficile ad affrontarlo rispetto all’opposizione… L’Inghilterra è una società pagana, e lo sviluppo d’un incontro davvero missionario con questa forma davvero difficile di paganesimo è il compito più grande e più pratico che fronteggia la chiesa.” Questa sfida aspetta ancora di essere presa sul serio, e ho davvero paura che la voce di Newbigin stia sparendo poco a poco nel passato. Per chi fra di noi è stato testimone dell’esplosione del Cristianesimo in altre parti del mondo, il trauma d’un Europa postcristiana e secolare è indescrivibile. Chi fra di noi è cresciuto vedendo la gente affollando nelle chiese quasi ogni giorno della settimana è sconcertato di vedere gli Europei allontanarsi in massa dal cristianesimo. Tuttavia c’è speranza. Dio ha mandato l’aiuto in forma di tanti Cristiani riempiti di preghiera e zelati dal mondo intero, con il bisogno comprensibile d’imparare il contesto, ma pronti e desiderosi di coinvolgersi. Non usano l’etichetta “missionari”. Tanti di loro sono migranti economici, ma sono Cristiani, prontissimi a servire Dio in Europa.

Con questa opportunità di parlare ai responsabili di missione in Europa, vorrei porre in rilievo tre problemi. In primo luogo, li chiederei di iniziare a pensare sul serio all’Europa come campo missionario. È una necessità perché, in primo luogo, la storia della chiesa suggerisce che le società scristianizzate hanno difficoltà a riconvertirsi al Cristianesimo. L’Africa del Nord e l’Asia minore sono dei buoni esempi. In secondo luogo, gli Europei plasmati dall’illuminismo sono un campo missionario unico rispetto a quasi tutti gli altri popoli del mondo. In effetti, mentre il resto mondo è furiosamente religioso, l’Europa, essendo un “caso eccezionale” (Davie), diventa sempre più secolare. La missione presso gli Europei secolari, o in effetti, qualunque secolare, è un territorio inesplorato. Inoltre, la missione e l’evangelismo fra gli Europei non può fidarsi dell’aiuto degli imperi coloniali come la maggioranza delle opere missionarie che ebbero luogo nel mondo intero nel ventesimo secolo. Per tanti Africani del 20° secolo, ad esempio, il missionario e il colonizzatore servivano lo stesso obiettivo. Per noi lavorando oggi in Europa, dobbiamo imparare come evangelizzare senza cercare a colonizzare, ciò che, secondo me, è il modo in cui la missione deve essere compiuta dappertutto. Tutto ciò per dire che se affrontiamo l’Europa come campo missionario, avremo bisogno d’una nuova missiologia. Cosiccome gli antichi missionari studiavano i loro campi missionari, dobbiamo formare dei missionari per l’Europa. Dobbiamo mandare dei missionari nei paesi europei.

In secondo luogo, li incoraggerei a considerare di trattare la missione in Europa come un’iniziativa spirituale, perché credo che è proprio così. La chiave per questo è la preghiera. Innanzitutto, è la preghiera che aprirà le porte affinché la luce di Dio brilli in Europa. I piani, le strategie e le visioni sono eccellenti, ma compiranno ben oltre se sono sostenuti nella preghiera. Ovviamente, anche i nostri ministeri sociali che cercano di smantellare le ingiustizie sistemiche avranno un impatto più grande quando sono compiuti nella preghiera. I risvegli accadono, ne sono certo, ma soltanto tramite la preghiera. Abbiamo bisogno della preghiera quando piantiamo delle chiese, quando organizziamo i nostri banchi alimentari, quando distribuiamo dei volantini sulla strada principale, quando visitiamo i malati all’ospedale, e quando visitiamo chi è in prigione. Abbiamo bisogno di preghiera in tutto ciò che facciamo.

In terzo luogo, li chiederei di realizzare che per evangelizzare l’Europa, abbiamo bisogno che tutti i Cristiani vivendo in Europa siano coinvolti. Questo è critico, in primo luogo a causa della storia coloniale della missione e della storia razzista della relazione dell’Europa con il resto del mondo e, in secondo luogo, perché il campo missionario europeo comprende varie centinaia di migliaia di Europei non bianchi e d’immigranti non occidentali. Gli Europei non attingeranno tutta questa gente senza l’aiuto della chiesa mondiale presente attualmente in Europa. Lasciate i Brasiliani, i Nigeriani ed i Coreani, e i numerosi altri Cristiani stranieri trovare il loro posto nella missione in Europa. Chiederei ai responsabili europei di aiutare pazientemente i Cristiani stranieri a capire meglio il contesto dell’Europa, e incoraggiarli a pregare per i loro sforzi missionari. Ciò li aiuterebbe pure a fare spazio nelle loro organizzazioni per permettere ai Cristiani stranieri di contribuire al loro senso della missione.

Purtroppo, ovviamente, è difficile per gli Europei ricevere e chiedere aiuto. Tanti Occidentali sono buoni oratori ma pessimi ascoltatori, specialmente quando i non Occidentali parlano. In modo generale, gli Europei fanno sempre l’insegnamento e gli Africani devono ascoltare ed imparare. Penso che se il Macedone (di Atti 16) dovesse chiedere aiuto, gli si direbbe semplicemente di andare a Troas per incontrare Paolo. Ma in questo contesto attuale di missione in Europa, gli Europei dovranno ascoltare di più, e imparare a ricevere l’aiuto dagli Africani e da altri non Occidentali vivendo fra loro. Lo Spirito ci aiuterà a fare tutto questo. Alla fine, è la missione di Dio.

Harvey Kwiyani 

Docente sul Cristianesimo africano e sulla teologia, Liverpool Hope University 

Foto: Word of Truth International Christian Ministries (Mons-Belgio)

Bibliografia

Berger, The Desecularization of the World: Resurgent Religion and World 

Politics. Grand Rapids, MI: W.B. Eerdmans, 1999. 

Davie, Europe – the Exceptional Case: Parameters of Faith in the Modern World. London: Darton Longman & Todd, 2002. 

Kwiyani, Our Children Need Roots and Wings: Equipping and Empowering Young Diaspora Africans for Life and Mission Liverpool: Self-pub., CreateSpace, 2018. 

Newbigin, Unfinished Agenda: An Autobiography. Geneva: WCC Publications, 1985. 

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