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L’Europa: Un Idea E Un Ideale

L’Europa: un idea e un ideale

Dr. Evert Van de Poll continua la sua analisi del significato della parola ‘Europa’. Questo è un abbozzo del suo libro ‘L’Europa ed il Vangelo’ che sarà pubblicato prossimamente. Potete leggere altri suoi abbozzi cliccando sul tag ‘L’Europa ed il Vangelo’ sotto questo articolo.

Un insieme: l’idea d’’Europa’

Un terzo significato dell’Europa sorpassa i significati geografici. È un insieme al quale apparteniamo o meno. ‘Europeo’, in questo senso, non si riferisce ad un luogo ma ad una storia, ad una serie di fatti politici ed economici, a certe caratteristiche culturali, a certe lingue, ad un certo modo di vivere, ecc. Secondo le parole spesso citate dello storico Paul Valéry, scritte un secolo fa:

L’Europa, di conseguenza, rappresenta una coscienza che sottolinea il sentimento d’appartenenza ad un insieme, malgrado le divergenze ed il carattere divergente dei gruppi che compongono questo insieme. ‘Europei’ sono i popoli accettando di portare questo nome. Ritengono le caratteristiche che ne sono associate, specialmente quando sono confrontati con gli ‘altri’ che non sono considerati come europei.[1]

Questa coscienza di appartenere ad un insieme collettivo è chiamata l’idea d’’Europa’, tra virgolette. Più avanti in questo libro, vedremo che questa idea ha preso delle forme diverse nel corso della storia. A questo punto, basta riassumerla brevemente. Per questo motivo, citeremo il filosofo francese Rémi Brague che parla del concetto d’Europa, il quale è una ‘coscienza d’appartenenza’.

Un europeo è qualcuno che è cosciente di appartenere ad un insieme. Ciò non significa che qualcuno che non ha questa coscienza, e di conseguenza che non è europeo, sia inferiore. Ciò significa semplicemente che qualcuno non è europeo nel senso culturale storico senza volere essere associato con certe cose che sono ‘europee’ e senza volerlo.[2]

Brague continua dicendo che questo sentimento d’appartenenza non è lo stesso per tutti gli interessati. ‘È flessibile, ed evolve nel corso del tempo. Per ogni regione, si può fare la domanda di quale momento nel tempo e in quale senso iniziò a considerarsi europeo.’ Sicuramente, le risposte varieranno.

Oggigiorno, la stessa domanda può essere fatta per quanto riguarda gli immigranti da fuori Europa, cosiccome per i loro bambini e nipoti. A quale punto diventano, cosiccome i loro bambini e nipoti, ‘parte integrante’ dell’Europa in un senso culturale? E in quale modo? Dovranno assimilarsi ai modi europei esistenti? Oppure sarà possibile appartenere all’Europa pur conservando una gran parte della cultura originale? Come sono percepiti da altri? Tali domande sono delicate ed inevitabili, in particolare per quanto riguarda i musulmani ‘in’ Europa. Come diventeranno ‘parte integrante’ dell’esperienza storica in corso chiamata Europa?

Inversamente, non si deve essere per forza in Europa, geograficamente parlando, per fare parte di questo insieme chiamato ‘Europa’. Tante cose sono associate a questo insieme e sono di conseguenza chiamate ‘europee’: la musica classica, l’abbigliamento, la democrazia, l’educazione universitaria, la scienza e la tecnologia, l’economia di mercato, le chiese ufficiali, le cattedrali, i diritti umani, la sanità. Ovviamente, tutte queste cose possono ormai essere trovate ugualmente in altre parti del mondo, ma le chiameremo ‘europee’ perché era lì che nacquero. La gente può appartenere all’Europa in un senso culturale anche se vive in un’altra parte del mondo.

Dovremmo aggiungere che le persone fuori dal continente possono fare molto meglio di tanti europei nei domini che sono stati sviluppati in primo luogo in questo continente: i giapponesi nella tecnologia moderna, i coreani nella musica classica, i cinesi nell’industria, gli americani nel commercio, etc.

Un ideale – l’Europa è ancora (e sempre) un futuro

Arriviamo qui ad un quarto significato: l’Europa in qualità di ideale da realizzare. Questo ideale è basato sull’idea d’Europa, la coscienza d’appartenere ad un insieme, ma va oltre, trasformandolo in un sogno d’Europa unita nella quale i popoli che ne fanno parte lavorano insieme nella pace. Dal momento in cui una coscienza del ‘noi, europei’ iniziò ad esistere, ci sono stati sforzi per creare una struttura per radunarli, sia in una chiesa istituzionale sia in un impero. Queste strutture non sono mai riuscite a radunare tutti i popoli del continente, siccome la cristianità era divisa all’interno, e gli imperi presi nelle ostilità della guerra. Anche l’Unione europea odierna, che è il migliore tentativo d’unità che abbiamo visto finora, non soddisfa questo ideale.

Tuttavia, l’ideale è lì. L’Europa, in questo senso, è sempre di fronte a noi, sempre in formazione. È un sogno che richiede il coraggio di sognare. È un invito ad andare oltre gli inganni d’ieri e la grave realtà di oggi.

L’ideale dell’Europa non si trova nel passato ma nel futuro. Cambiamo costantemente. Possiamo certamente essere ispirati dalla storia dell’Europa, ma ricostruire il passato non è un opzione da considerare. Non è neanche possibile.

A cosa assomiglia esattamente l’Europa ideale? È difficile stabilire uno scenario futuro dettagliato, a fronte della diversità dei popoli, delle culture, delle convinzioni religiose e delle persuasioni politiche. Ma si può immaginare i suoi contorni: la pace, la riconciliazione, la collaborazione economica, la giustizia sociale, lo scambio culturale, per citarne soltanto alcuni. L’ideale non è semplicemente un pio desiderio, ma invece un estrapolazione delle radici delle società europee. Applichiamole alle questioni di oggi. Trasformiamole in fonti d’ispirazione. Cos’è che ha fatto di questo continente quel che è oggigiorno? Cosa possiamo imparare dalla nostra storia? Sarà soltanto nel rammentarci del passato che potremo ottenere un’immagine più chiara del futuro.

Evert Van de Poll


Professore di Studi religiosi e di Missiologia, Facoltà teologica evangelica, Lovanio, Belgio, e pastore con la Federazione battista francese.

foto: pubblico dominio


[1]Paul Valéry, La crise de l’esprit, La Pléiade, 1919.

[2]Remi Brague, La voie romaine, p. 13-14.

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