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In Chiesa Da Questo Lato Delle Barricate

In chiesa da questo lato delle barricate

A gennaio, si può aspettarsi un vero inverno in Lettonia. I marciapiedi ghiacciati, una guida confusa… in questo periodo dell’anno, cammino nelle strade di Riga, attenta ad ogni passo e cercando il buon equilibrio. Rispetto ai milioni di persone che subiscono adesso il vortice polare negli Stati Uniti, credo che non dovremmo lamentarci troppo.

Gennaio, con le sue temperature fredde, è anche il mese che ci rammenta dell’anno 1991. Ogni anno, la Lettonia commemora il 20 gennaio ed Il tempo delle barricate. Era uno dei periodi più intensi e più pericolosi nella transizione principalmente piacevole dal regime sovietico verso una Lettonia democratica e libera. C’era una vera minaccia che l’esercito sovietico userebbe la forza per fermare questi cambiamenti, prendendo possesso dei palazzi e delle istituzioni strategiche – la televisione, la radio, il parlamento – nella capitale, Riga, e nelle altre città principali. La gente in Lettonia si è velocemente mobilitata per proteggere queste istituzioni costruendo delle barricate.

L’attesa di un confronto durò dal 13 al 27 gennaio e migliaia di persone parteciparono, alternandosi sulle barricate. Mio padre e tutto il suo gruppo di colleghi avevano preso posizione alla torre della televisione a Riga, ed ero andata con lui più volte, portando del cibo e del tè caldo. In realtà, nella nostra famiglia, mi madre era abitualmente quella che andava alle manifestazioni e alle proteste e quindi era quella che prendeva più rischi. Mio padre mi ricorda che io e mia madre eravamo andate a Riga subito dopo aver sentito alla radio che le barricate dovevano essere costruite. Mi ricordo aver camminato intorno al centro della città, affascinata da tutti questi grandi camion e bulldozer provenuti dal nulla e da questi enormi blocchi di calcestruzzo che erano stati portati ed impilati.

Era un gennaio molto freddo e la gente aveva iniziato dei falò sulle strade. Questi diventarono molto di più di luoghi d’incontro per riscaldarsi, rilassarsi e scambiare le ultime notizie. Mi ricordo delle persone sedute intorno a questi falò cantando e pregando. Allo stesso tempo, gli edifici delle chiese erano aperti per offrire rifugio e rinfreschi.

I ricordi sono un fenomeno interessante. Ciò che ci ricordiamo e come ce ne ricordiamo! Uno dei miei teologi preferiti, Miroslav Volf, nel suo libro “The end of memory” (La fine della memoria) scrive sui ricordi collettivi come essendo dei “falò sacri” dove la gente s’incontra. Simbolizza i legami forti e l’identità creata dall’esperienza condivisa. I Tempi delle barricate erano sicuramente fra quelle esperienze condivise collettivamente, delle quali mi ricordo come essendo un grande momento spirituale. Ho scritto che gli edifici delle chiese erano usati come una specie di sedi centrali e che tanti fra di noi non avevano mai speso così tanto tempo in una chiesa.

Ero soltanto adolescente e di certo non religiosa. Eppure, ho raggiunto i migliaia d’altri e realizzato che avevamo bisogno di una speranza più grande contro tutto e tutti (onestamente, queste barricate non avrebbero potuto fermare un attacco serio). Nelle chiese, la gente pregava. Mi ricordo comunque più chiaramente di sentire che le strade erano la chiesa. I falò erano laddove l’amicizia si svolgeva ed il cibo condiviso come l’Eucaristia. Tutti condividevano ciò che avevano e non c’era nessun differenza di statuto sociale, di sfondo etnico o d’affiliazione religiosa.

Due settimane fa, ero seduta in una di queste chiese che era centrale al Tempo delle barricate. La cattedrale del duomo ospitava un concerto commemorativo ed era piena. Non così piena come lo era a volte nel 1991, ma le emozioni di tanti, particolarmente dei più anziani, erano visibili. Ero mossa dai ricordi. Ed ho pianto.

Dopodiché, sono stata profondamente toccata da certe conversazione sentite per caso. La gente commentava sul fatto che consideriamo a volte le cose come acquisite e che diventiamo ingrati. Da un altro lato, pensavo alle difficoltà della chiesa di rimanere la voce profetica e di essere là nelle strade quando il sistema cambia e che la persecuzione brutale si ferma. Quanto, in tempi di pace, la chiesa si ritira dalla sfera pubblica e tende a focalizzarsi sulla spiritualità individualistica!

Uno dei canti di quella serata era chiamato “Preghiera”, ed era molto popolare nei giorni del risveglio nazionale e di transizione. Finisce con queste parole:

Aiutaci a camminare attraverso le epoche verso i tempi sconosciuti,

Dacci la forza, dacci il coraggio, dacci una sola mente, Padre!

Ineta Lansdovne

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