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Rendere La Guerra Impossibile – La Storia Di Schuman (1a Parte)

Rendere la guerra impossibile – la storia di Schuman (1a parte)

Tratto dal libro di Jeff Fountain Deeply RootedProssimamente in italiano

Gli ultimi passeggeri stavano salendo a bordo del treno Parigi-Metz alla Gare de l’Est, quando Robert Schuman si installò nel suo scompartimento di seconda classe. Non vedeva l’ora di vivere un fine settimana tranquillo di riflessione nella sua amata casa di campagna a Scy-Chazelles, fuori da Metz, una regione produttrice di vino nella sua circoscrizione elettorale di Mosella in Lorena.

Cinque anni sono trascorsi, in quest’ultimo sabato mattina d’aprile 1950, dopo la fine della guerra più omicida della storia. Ma la cessazione delle ostilità non avevano portato la ‘pace’ nazionale. I governi francesi erano raramente durati un anno negli anni tumultuosi del dopoguerra.

Tuttavia la reputazione di Schuman per la sua onestà e la sua integrità, cosiccome per la sua scaltrezza legale e politica, l’aveva promosso al vertice delle responsabilità politiche nazionali. Nel 1946 era stato nominato ministro delle Finanze, dove la sua popolarità gli aveva consentito di applicare delle misure drastiche necessarie per stabilizzare l’economia del dopoguerra.

Verso la fine dell’anno successivo, Schuman era stato invitato dal presidente per dirigere il nuovo governo, proprio quando il paese sembrava dirigersi verso una guerra civile. Gli agitatori comunisti, sotto gli ordini di Mosca, stavano riuscendo a paralizzare la Francia attraverso gli scioperi ed i sabotaggi, saccheggiando le fabbriche di armi e paralizzando le ferrovie, le miniere e le centrali elettriche.

Solo una settimana dopo essere diventato Primo ministro, Schuman aveva mobilitato 80.000 riservisti per reprimere ogni sabotaggio. La furia comunista contro questa misura era scoppiata su tutti i fronti, ma il Primo ministro era rimasto fermo. Nell’assemblea nazionale francese, i membri comunisti avevano mantenuto un torrente di abusi verbali, accusandolo di essere l’amico dell’ideologia nazista.

Una volta, nella tensione di quei giorni cruciali, era stato superato dall’emozione. Nascondendo il suo volto nelle sue mani, aveva pregato in silenzio per la sapienza e per la determinazione, prima di continuare l’attività della riunione.

Finalmente il comitato centrale dello sciopero aveva fatto marcia indietro e dato il segnale per il ritorno al lavoro. La crisi era passata.

Tuttavia le intenzioni, non di certo piacevoli, di Stalin in Europa erano diventate chiare quando le truppe sovietiche fissarono spietatamente la loro morsa di ferro in Polonia, seguita dall’Ungheria, poi la Romania, la Bulgaria e la Cecoslovacchia.

Nel 1949, l’anno precedente appena, gli Alleati occidentali erano riusciti ad interrompere i tentativi di guadagnare una posizione su tutta la città di Berlino, tagliando l’accesso per le strade e le ferrovie verso i settori occidentali. Gli Alleati avevano risposto con un ponte aereo continuo, provvedendo più di quattro mila tonnellate di viveri al giorno, un totale di 200.000 voli, mantenuti costantemente per quasi un anno.

Questi cinque anni del dopoguerra erano tutt’altro che piacevoli. Le pause di fine settimana a Scy-Chazelles avevano offerto a Schuman, sin dalla guerra, il ristoro spirituale e mentale essenziale. Questo fine settimana particolare lo aiuterà ora, nel suo ruolo più recente di ministro degli esteri, a preparare la riunione cruciale con i suoi omologhi americani e britannici poco meno di due settimane dopo. Il Segretario di Stato americano aveva avvertito il francese di venire con una proposta di politica positiva verso la Germania e la sua integrazione nella comunità delle nazioni libere. Nel caso contrario, il francese non riceverà ulteriore opportunità di pronunciarsi per il futuro della regione industriale della Ruhr.

Schuman aveva bisogno di un piano, un piano audace che rimodellerebbe il panorama, un piano che renderebbe la guerra nel futuro molto difficile, se non impossibile. Questo pensiero lo aveva preoccupato sin dall’ultima riunione di New York, il mese di settembre precedente.

Il treno non era ancora andato via dalla stazione quando dei passi affrettati nel corridoio fuori interruppero i suoi pensieri. La porta della sua cuccetta si aprì e la testa e le spalle del suo segretario privato, Bernard Clappier, apparve attraverso le cortine.

Monsieur,lei potrebbe leggere quest’abbozzo di Monnet, s’il vous plaitC’est important!

Spingendo un documento verso il suo padrone sorpreso, sparì con la stessa fretta con la quale era arrivato.

Minuti dopo, mentre il treno lasciava Parigi, un Schuman curioso esaminava le prime pagine del documento per vedere ciò che il suo segretario pensava di essere così urgente.

Jean Monnet non era estraneo a Schuman. Un internazionalista, la sua azienda di famiglia di cognac lo aveva ampiamente esposto agli Svizzeri e agli Svedesi, agli Inglesi e agli Americani, persino ai Russi e ai Cinesi. Una storia circolava che aveva invano tentato di ordinare una camera sul Titanic nel 1912, un insuccesso che lo ha forse salvato la vita.

Dopo che la Francia cadde in mano dei tedeschi nel 1940, Churchill aveva mandato Monnet a Washington con un passaporto britannico per persuadere gli Americani di provvedere delle forniture di guerra, quand’era ancora una nazione neutrale, e quindi di aiutarli a sopraffare i tedeschi. I suoi sforzi, secondo l’economista John Maynard Keynes, avevano accorciato la guerra di un anno.

Tre anni prima, Monnet e Schuman erano cresciuti nel rispetto l’uno per l’altro mentre lavoravano insieme per la pianificazione delle finanze. In una giornata calda, si erano pure concessi l’informalità insolita di togliersi le loro giacche.

Erano d’accordo sul bisogno di costruire la pace sull’uguaglianza. Gli sforzi di pace dopo la Prima Guerra mondiale erano falliti, loro concordavano, a colpa della discriminazione e degli atteggiamenti di superiorità nei confronti dei tedeschi. Entrambi temevano che gli stessi errori stavano per essere ripetuti.

Come Schuman, Monnet credeva che un nuovo sistema politico doveva rimpiazzare il vecchio equilibrio dei poteri tra le nazioni, che era fallito ora due volte, finendo in guerra mondiale. Da Segretario generale aggiunto della Società delle Nazioni, aveva osservato in prima persona il fallimento di una mera cooperazione intergovernativa. Delle misure più forti erano necessarie nel mondo reale della politica internazionale.

Jeff Fountain

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