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Dare La Parola

Dare la parola

Il secondo tema della domanda ‘Chi parla per l’Europa?’ trattata nell’edizione 33 del periodico Vista (articolo introduttivo qui, 1o tema qui – edizione completa in inglese qui)

Come possiamo assicurarci che queste voci (marginalizzate d’Europa) siano sentite? Quali tipi di piattaforma, sulle quali possono parlare, potremmo provvedere?

In base alla nostra identificazione provvisoria di alcune delle voci essendo marginalizzate o ignorate nelle missioni europee oggi, la tappa successiva è evidente: come possiamo fare di più per aiutare queste voci ad essere sentite?

Questa era generalmente riconosciuta come una “domanda delicata”, anche se una serie d’opzioni sono state auspicabilmente suggerite. In termini di barriere pratiche impedendo certe persone di poter partecipare, Raphael Anzenberger notava che “la questione dell’inglese come lingua è una barriera enorme… se non ci sono meccanismi solidi per assicurare la traduzione, poco importa il tipo di piattaforma, le loro voci non saranno sentite.” Altri responsabili di chiese enfatizzavano il ruolo dei forum regionali, e l’importanza d’educare dei responsabili indigeni provenienti dalle varie nazioni ed etnie.

Una prima tappa verso l’inclusione delle voci marginalizzate sarà di sostenerle positivamente, dice Tony Peck della Federazione battista europea, e di vegliare deliberatamente che, in ogni evento organizzato, varie voci (ad esempio di uomini e di donne) “siano rappresentate equamente nella discussione delle questioni che ci riguardano.” Altre persone intervistate parlavano di tappe che dovevano essere prese per creare “delle relazioni intenzionali” e per invitare dei membri di movimenti missionari emergenti in collaborazioni reciproche. È interessante notare che varie persone intervistate hanno usato la metafora d’invitare altre persone alla “tavola di Dio”, che è effettivamente una ricca metafora con connotazioni potenti.

Frank Hinkelmann dell’Alleanza evangelica europea insisteva sull’importanza di un’apertura bidirezionale, esigendo “una mentalità cambiata nelle ‘vecchie’ chiese europee cosiccome una volontà d’interagire nelle ‘nuove’ chiese europee (di migranti).”

Tuttavia, c’erano pure due parole d’avvertimento, provenienti da varie prospettive. Kent Anderson di ECM avvertiva che il discernimento rimaneva necessario nella scelta e nell’ascolto di voci alternative: “Non tutte le voci giovani o etniche hanno qualcosa d’importante da dire.” Tuttavia, chi ha qualcosa d’importante da dire dovrebbe essere citato e promosso il più possibile da più responsabili tradizionali. La seconda parola d’avvertimento viene da Usha Reifsnider dal Centre for Missionaries from the Majority World (Centro per i missionari del mondo maggioritario). I responsabili ed i loro influenzatori attuali dovrebbero essere implicati nel mondo degli altri, e “permetterli di creare delle piattaforme che sono aldilà di quel che si può immaginare.” Questo atto di dare potere o una voce ad un altro può, in certi momenti, rimanere un esercizio in controllo se rimaniamo quelli che determinano la piattaforma ed i termini del dibattito.

Cosa può essere fatto per assicurarsi che il più ampio ventaglio di voci possibile continui ad essere sentito dalla comunità evangelica mondiale che sostiene la missione in Europa?

Ancora una volta, c’era una vasta gamma di suggerimenti ed un riconoscimento che non esisteva una soluzione facile. Il suggerimento più popolare era forse quello di più incontri dove diverse voci possono essere sentite, e dove si può entrare in dialogo. Per Daniel Costanza della Comunione pentecostale europea, una specie di consulta triennale coinvolgendo dei movimenti chiavi sarebbe auspicabile. Similmente, Jeff Carter faceva appello a “più opportunità di provvedere dei luoghi e delle conferenze per invitare al dialogo”, ed Harvey Kwiyani identificava l’importanza di avere delle piattaforme dove “ci coinvolgiamo tutti da equi, aiutandoci reciprocamente a vedere Dio sotto una nuova luce ed imparando gli uni dagli altri.” Analogamente, c’era anche un appello affinché i raduni missionari siano caratterizzati da più condivisione, apertura ed unità – ad esempio, John Gilberts incoraggiava la formazione di “nuovi raduni non denominazionali, o interdenominazionali” e che le agenzie e le chiese si condividano le ‘superstar’ europee con alto profilo nel loro campo.

Tony Peck argomentava che il modo migliore di assicurarsi che la più ampia gamma di voci sia sentita, è che abbiamo “un Vangelo di generosità che accoglie la diversità sana come un dono e non come un problema, ed assicurandoci che tutte le parti della famiglia evangelica diversificata sia inclusa.”

Vari gridi dal cuore, fra le persone intervistate in questa ricerca, sono stati pronunciati per gli Europei occidentali e per quelli rappresentando le chiese tradizionali e stabilite per imparare da altri: “Dobbiamo essere preparati ad imparare da quelli che non sembrano, non suonano, non insegnano, non educano e non praticano secondo il modo che abbiamo sempre avuto,” implora Usha Reifsnider, che argomenta che siccome “la più grande proporzione di discepoli di Cristo sono ormai quelli originari dal mondo maggioritario e le donne, la teologia e la missione dovrebbero quindi seguire.” Cosiccome Usha, Jeff Carter enfatizzava il ruolo dei seminari e dei collegi di formazione di missione attraverso l’Europa, i quali, egli crede, dovrebbero essere “dei ministeri d’insegnamento inclusivi ed accoglienti… è un nuovo mondo, ascoltiamoci reciprocamente!”

Un modo finale di assicurarci che gli evangelici ascoltino la più vasta gamma possibile di voci, è di essere gente spiritualmente cosciente. Come lo nota Richard Bromley dell’Intercontinental Church Society, dobbiamo essere “generosi nel nostro ascolto e vedere quel che lo Spirito sta dicendo”, un punto con il quale Samuel Cueva concorda, facendo appello alla Chiesa di riconoscere che, in Europa, “Dio agisce, e fa qualcosa di diverso.” Ascoltare Dio e ascoltare le voci marginalizzate o minoritarie dovrebbero essere delle priorità gemelle per la chiesa europea.

Scritto da Chris Drucker, Joanne Appleton e Jim Memory per Vista Magazine

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