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La Legge Dell’amore (1a Parte)

La legge dell’amore (1a parte)

Qual’è il ruolo della legge di Mosè nella società contemporanea? Questo è il primo di una serie di articoli dai Cambridge Papers del Jubilee Centre che tratta con tante incomprensioni nella nostra chiesa moderna e spiega perché dovremmo ancora meditare la Legge di Mosè oggigiorno.

‘Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti’ (Giovanni 14:15). Le parole di Gesù ai suoi discepoli nell’Ultima Cena includono il pensiero scomodo che c’è un legame intimo tra l’amore di Gesù e l’obbedienza ai suoi comandamenti. I suoi discepoli oggi non sono abituati a pensare ad una connessione tra l’amore e l’obbedienza o tra l’amore e la legge.

Forse ancora più scomodamente, Gesù prese la Torah (la legge mosaica) sul serio. Contestò le interpretazioni contemporanee di questa ma non la denunciò mai.[1] Come l’atteggiamento di Gesù rispetto alla Torah si salda con quel che sembra essere l’insegnamento di Paolo, che i cristiani sono liberati dall’obbligo di seguire la Torah?[2]

Queste domande non sono soltanto teoretiche; sono immensamente pratiche. In un economia pesantemente indebitata, il divieto d’interesse è soltanto una lettera morta? Dovrebbero I cristiani segnare un giorno su sette come speciale, mettendo il lavoro da parte per una giornata intera? Avrà importanza se un uomo e la sua nipote si sposano? C’è qualcosa di sbagliato con il crossdressing? Dovrebbero i cristiani dare la decima? Dovrebbero i cristiani non mangiare la carne con il sangue?[3]

L’argomento in questa pubblicazione è che i cristiani dovrebbero ancora riflettere sulla Torah, alla luce della vita e dell’insegnamento di Cristo,[4] sotto la guida dello Spirito Santo, e imparare da questa come prendere delle decisioni sagge su come amare Dio ed amare i nostri prossimi oggi.[5]

L’amore di Dio comporta l’amore della Torah

La Bibbia è chiara dall’inizio alla fine che l’amore di Dio include cercare ad essere obbediente a Dio. Dio invita l’umanità a partecipare ad una comunione intima con lui. Nel Giardino dell’Eden, Dio camminava con Adamo.[6] Anche ad Adamo, Dio diede dei comandamenti.[7] Obbedire a Dio avrebbe consentito ad Adamo di godere tutta la bontà del Giardino dell’Eden. Adamo era chiamato ad essere obbediente a Dio perché era quello che era previsto per l’umanità nella relazione d’amore con Dio, che Dio voleva che Adamo potesse godere. Questo ancora l’obbedienza di Dio in un contesto relazionale, come una realtà essenziale per la vita umana.

Amare Dio significa seguire la legge di Dio, com’è stata rivelata al popolo di Dio.[8] Nell’occidente contemporaneo, dove i governi iperattivi cambiano costantemente le regole, si pensa alla legge come delle prescrizioni specifiche da essere considerate in isolamento. La Torah è molto più di questo. La Torah non è soltanto una collezione di singole regole, né un codice legale dettagliato. La Torah è i primi cinque libri di Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, i quali non contengono soltanto le leggi d’Israele, ma anche delle storie che dicono ad Israele chi sono come popolo, com’è il loro Dio, e come dovrebbero vivere.[9] Israele deve essere il popolo di Dio (Esodo 19:6). I Dieci Comandamenti ed il resto della legge mosaica mostrano loro come il popolo di Dio dovrebbe comportarsi. Per l’Israele dell’Antico Testamento, la Torah era la legge di Dio.

La Torah era relazionale nel suo proposito. Quindi, come lo insegnava Gesù, la Torah è costruita intorno a due Grandi Comandamenti: il comandamento in Deuteronomio 6:5 di amare Dio ed il comandamento in Levitico 19:18 di amare il suo prossimo. I Dieci Comandamenti abbozzano per noi cosa rappresentano questi amori. Ci dicono che amiamo Dio dandogli la nostra fedeltà esclusiva, non minimizzandolo in immagini di cose dell’ordine creato, non usando il suo nome invano, mettendo da parte un tempo regolare nella nostra settimana per ingaggiarsi nell’adorazione consapevole di lui. I Dieci Comandamenti ci dicono che amiamo i nostri genitori onorandoli, che amiamo le nostre coniuge (i nostri coniugi) essendo fedeli a loro, che amiamo i nostri prossimi al livello più semplice non uccidendoli intenzionalmente, non rubandoli, non mentendo su di loro, essendo soddisfatti con quello che abbiamo e non desiderando quello che i nostri prossimi hanno. Questa descrizione di com’è l’amore continua ad essere indispensabile oggi.

La Torah nel suo insieme ci fornice un paradigma, mostrando com’è amare Dio ed amare il nostro prossimo in una nazione particolare, preindustriale dell’antico Medioriente.[10] La Torah scritta non ambiva ad essere dettagliata. Forniva un quadro narrativo all’interno del quale una serie di esempi pratici mostravano come vivere e come non vivere l’amore per Dio e l’amore per il prossimo in un contesto sociale specifico.

La Torah era una guida per gli Israeliti, un manuale etico da essere meditato dalla comunità intera,[11] progettato per essere capace di applicazioni dal popolo stesso.[12] Il popolo di Dio doveva prendere a cuore i comandamenti di Dio (Deuteronomio 6:6). Internalizzando la Torah, Israele doveva imparare le vie del Signore, per scoprire la sapienza ed evitare la stoltezza (Proverbi capitoli 1-9). Una volta che la Torah è capita come guida, incorporando delle norme vincolanti e delle applicazioni specifiche, diventa quindi più facile capire come il Salmista poteva scrivere il Salmo 119 come una rapsodia sull’importanza di meditare la Torah. L’ideale è che una comunità che vive la sua legge non avrà bisogno di giudici per risolvere dei contenziosi perché il popolo vivrà sapientemente dalla Torah, nel shalom gli uni con gli altri.

Gran parte del resto dell’Antico Testamento è, tuttavia, un commento triste sul modo in cui Israele non ha fatto questo. Israele risultava di essere incapace di amare Dio e di obbedire alla legge di Dio. Quel che era necessario era un perdono definitivo, un nuovo cuore (Geremia 24:7; Ezechiele 11:19) ed una nuova abilitazione di vivere delle vite sagge piene d’amore (Geremia 32:39).

(La seconda parte verrà pubblicata la settimana prossima)

David McIlroy
Un collaboratore ospite dei Cambridge Papers, è avvocato e teologo. Ha scritto una tesi di dottorato sul tema ‘una teologia trinitaria della legge


[1]P. G. Nelson, in ‘Christian Morality: Jesus’ Teaching on the Law’, Themelios31, 2006, pp.4–17, esplora come Gesù insisteva per un interpretazione rigorosa della volontà di Dio rispetto al divorzio ed una comprensione radicalmente diversa dall’approccio farisaico rigido del sabato.

[2]Rom. 6:14; Gal. 3:25.


[3]Un approccio suggerito per rispondere a queste ultime due domande è disponibile su www.jubilee-centre.org


[4]L’adempimento di Cristo degli aspetti morali, cerimoniali e civili della Torah non è l’argomento di questa pubblicazione. Ho esplorato come lo ha fatto in McIlroy, A Biblical View of Law and Justice, Carlisle: Paternoster, 2004, pp.122–130. 

[5]Esiste un vecchio dibattito sulla condizione della Torah per i cristiani: vedi Greg L. Bahnsen, Walter C. Kaiser, Douglas J. Moo, Wayne G. Strickland and Willem A. Van Gemeren, Five Views on Law and Gospel, Grand Rapids: Zondervan, 1996. L’argomento di questa pubblicazione è che une prospettiva trinitaria reinquadra questo dibattito. 

[6]Gen. 3:8. 

[7]Gen. 1:28; 2:17. 

[8]Questo è vero sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, sebbene la comprensione della legge di Dio cambia. La posizione adottata in questa pubblicazione è contraria a quella di Anders Nygren che, in Agape and Eros, London: SPCK, 1953, argomentava che l’Antico Testamento rivelava un Dio di legge e di giustizia ed il Nuovo Testamento il Dio d’amore e non di legge.

[9]Per le complessità del senso della Torah, vedi Jonathan Burnside, God, Justice and Society, Cambridge University Press, 2009.

[10]Christopher J. H. Wright, Old Testament Ethics for the People of God, IVP, 2004, pp.65–73. 

[11]Deut. 6:6–9; Pss. 19, 119. 

[12]J. Burnside, ‘Criminal Justice’, in M. Schluter and J. Ashcroft (eds.), Jubilee Manifesto, 
IVP, 2005, pp.234–54, at pp.245–36. 


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